(Brescia, 1983) Negli anni ’90 inizia il suo percorso nel graffitismo tradizionale. Dal 2000 l’esigenza di evolvere la sua arte lo porta a realizzare numerosi interventi urbani sull’onda del movimento Street Art. Oggi la sua opera è internazionalmente riconosciuta.

Le opere di Filippo Minelli sono eco della quotidianità, elementi del vissuto che spogliati della banalità diventano simboli della più stretta contemporaneità. L’artista accende il proprio riflettore su un elemento, lo isola e lo inserisce in un meccanismo che non gli è proprio in modo da offrirne una visuale nuova e completa. A volte per vedere le stelle bisogna spegnere i lampioni, così, a volte, per capirla fino in fondo, è necessario violentare la vera natura delle cose e, mettendole in tensione, valutarle nella loro più intima essenza. Così Minelli crea dei sistemi in cui immagine, parola, suono o silenzio interagiscono coinvolgendo lo spettatore e infrangendo il vetro scuro dell’abitudine e dell’assuefazione, permettendo un punto di vista nuovo, diverso, più vero.Lucido ed intelligente, l’artista bresciano si concentra da sempre sulle contraddizioni che affliggono la società contemporanea ponendo l’accento in modo ironico e garbato sulle brutture del nostro paese, sui conflitti internazionali che ci logorano e sugli orrori di una globalizzazione selvaggia che non tiene conto dell’identità. Le azioni si propagano nello spazio e da un muro anonimo di periferia si estendono alle grandi capitali europee, da un villaggio sperduto in Cambogia o in Cina al muro, questo tristemente noto, che separa Palestina e Israele. Il viaggio stesso diventa azione, motivo di crescita e di conoscenza di sé e del mondo; soggiorni lunghissimi in cui raccoglie materiale, appunti, fotografie, che a loro volta ritornano sotto forma di lavoro artistico, questa volta dal sapore fortemente autobiografico.Il rapporto tra immagine e parola è la chiave interpretativa fondamentale di un lavoro prodotto da un artista che nasce come writer e come street-artist; questo accostamento ricorre infatti nella quasi totalità dei suoi progetti. Ed in questo contesto si inserisce Twitter (2010), il lavoro qui esposto, dove il nome del famoso social network campeggia in modo assolutamente geniale sul muro di cinta di un allevamento di tacchini (forse non è superfluo ricordare che to tweet in inglese significa cinguettare). Il lavoro si inserisce nella serie Contraddictions in cui Minelli associa a scritte che ricordano famosi social network, prodotti di tecnologia 2.0 che si basano, per il loro funzionamento, sulla partecipazione attiva degli utenti invitati continuamente a generare contenuti, a luoghi del mondo in cui il vero problema sembra essere la sopravvivenza.

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