Marco Bernacchia (Senigallia, 1979) nel 2011 partecipa alla 54 Biennale di Venezia-Padiglione Italia Regione Marche. La base del suo lavoro è la natura dell’oggetto che sonda attraverso le sue installazioni ambientali, sempre site-specific.

 

 

 

Maurizio Mercuri (Fabriano, 1965) vive a San Donato, nell’entroterra fabrianese; nel suo studio raccoglie vari materiali che diventano, disorientati, ispirazione per i suoi lavori. Le sue opere sono state esposte in Italia e all’estero.

 

 

Ciò che accomuna questi due artisti è la forte dimensione concettuale che pervade i loro lavori. Entrambi si esprimono con una grande varietà di media passando dal disegno all’installazione, dalla pittura alla fotografia, dal suono alla performance, utilizzandoli spesso anche in maniera combinata. Un oggetto recuperato lungo la via, una frase letta in un libro, un’immagine rubata durante un viaggio, possono diventare un lavoro carico di una dimensione lirica di straordinaria intensità. I loro lavori partono spesso da una dimensione autobiografica, dal vissuto di ognuno per espandersi ed assurgere ad una dimensione universale. Nulla è casuale ed ogni elemento si combina con l’altro per le sue particolari proprietà intrinseche, una particolarità semantica o iconografica fa scattare un meccanismo che porta all’opera d’arte.De varietate fortunae (2011), presentato qui per la seconda volta dopo il debutto alla Galleria Quattrocentometriquadri di Ancona, rappresenta il primo e riuscitissimo esperimento di collaborazione tra i due artisti. Un’installazione che si compone di vari elementi: un video, degli oggetti trovati sulla spiaggia ed una mappa. Il titolo stesso ci fa capire che il tema del lavoro è il viaggio. De Varietate Fortunae è infatti il titolo delle confessioni, raccolte da Gian Francesco Poggio Bracciolini e rilasciate da Niccolò De Conti, mercante viaggiatore che fece da battistrada verso oriente ai più noti Marco Polo e Matteo Ricci. Il viaggio quindi, il viaggio d’artista che non è fuga ma percorso di conoscenza di sé e del mondo, cibo per l’anima, per la mente e per la creatività. Un viaggio che parla di migrazione, di fuga di cervelli, di ricerca di spazi più consoni per l’arte, in cui i due artisti in modo ironico trovano l’America sul Monte Conero, che è in fondo dietro casa. Così la mappa delle nostre coste si duplica e crea spaesamento, mentre dai tronchi trovati sulla spiaggia si sente una babele di voci, simbolo multietnico della nostra società.

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