di Cristina Petrelli

Impercettibili sfumature compongono l’immagine. Infiniti toni di grigio sul bianco assoluto. Nell’accogliere la grafite la superficie si fa vibrante, comunicando una sensazione di precarietà disarmante.Una parte dell’ultima produzione artistica di Daniele Duranti viene dedicata al disegno. Episodi delicatissimi, eseguiti su legno, che rendono esplicita l’operazione concettuale sottesa a tutto il suo lavoro. L’astrazione prodotta dal disegno consente di cogliere l’unicità del momento creativo, assegnando al gesto individuale un valore identitario insostituibile. In bilico tra affermazione e scomparsa, il disegno manifesta tutto il potere di salvare dall’oblio un’immagine affiorata nella mente, mentre l’olio su tela o tavola, tecnica prediletta dall’artista, ribadisce l’irripetibilità dell’azione artistica, affermandola quale atto di creazione propriamente umano. Al primo periodo si lega una pennellata tesa a rendere l’effetto mosso del fermo-immagine televisivo. Il singolo fotogramma, estratto da una sequenza, presuppone un prima e un dopo che però non vengono mostrati. Un’operazione che sottolinea tutta l’insignificanza, l’inconsistenza e mancanza di valore del referente. Eppure l’osservazione dell’immagine non pone dubbi sulla sua interpretazione. Tratte da film, come Crash di Cronenberg, e da famosi telefilm americani degli anni ’70 e ‘80, inconfondibile il “Generale Lee” di Hazzard, le opere consentono di prendere coscienza della sempre maggiore influenza esercitata sulla visione dai mezzi tecnologici. Il rapporto uomo-macchina diventa centrale nella riflessione, conducendo a pensare come l’abitudine a osservare una realtà mediata e riprodotta non consenta più di distinguere fra vero e falso. In questo contesto si inserisce la scelta di dedicare una serie di opere a Quentin Tarantino. Utilizzando inquadrature diverse, Daniele Duranti si sofferma sull’inseguimento in moto presente in Kill Bill I. Un film con cui il noto regista dichiara come il proprio referente non sia costituito dalla realtà, ma dal cinema stesso. Tutto appare eccessivo, sfruttando al massimo le potenzialità proprie del mezzo. Reale e irreale si confondono e l’opera non emula più il fermo-immagine televisivo. Non ne ha più bisogno. Il soggetto viene riprodotto fedelmente. L’artista, usando gli stessi colori accesi e forme attraenti del film, esibisce l’azione. La finzione viene mostrata per ciò che è, con la sua capacità unica di conquistare, affascinare ed emozionare. Una dimensione illusoria dove è facile e piacevole perdersi. Realtà vissuta virtualmente, come quella propinata quotidianamente dalla televisione e che i videogiochi o la rete consentono di sperimentare. Sensazioni neanche lontanamente paragonabili alla nostra realtà quotidiana, così ordinaria e ben poco entusiasmante. Nell’accostare i due tipi di esperienza, notiamo come sarà comoda, coinvolgente e addirittura adrenalinica la prima, mentre la seconda non risulterà altro che faticosa, impegnativa e noiosa. Un paragone che può assumere risvolti quanto mai seri e drammatici se a compierlo è un bambino o un adolescente. Nel partire da tali presupposti, l’ultimo lavoro di Daniele Duranti, si muove su un’acuta e sottile provocazione. Complice un suo recente viaggio in America (estate 2009), l’artista sceglie di riprodurre immagini derivate dall’osservazione diretta della realtà insieme ad altre prelevate direttamente da internet. Pur se il referente si sdoppia la resa pittorica non lo dichiara. La selezione attenta dei soggetti, che derivano dalle caratteristiche degli Stati americani visitati, inganna e sottolinea l’ambiguità della visione. Montana, Utah e Wyoming offrono scenari in cui la natura diventa protagonista. Paesaggi sconfinati, foreste, animali e fenomeni atmosferici ricorrono nelle opere recenti, senza dare modo di capire quali immagini appartengano al bagaglio di esperienze compiute direttamente dall’artista e quali invece siano provenienti semplicemente dalla rete. L’olio si dispone indifferentemente sul supporto non consentendo di distinguere quale fra i soggetti esposti sia stato osservato sul posto dall’autore. Allo spettatore dell’opera non è concesso sapere, non vengono forniti strumenti che gli permettano di compiere una fusione empatica, arrivando a condividere lo stato d’animo e l’universo emotivo provato dall’artista durante la visione. Il processo si ripete nei disegni, dove tornano immagini tratte dai media insieme a quelle derivate dall’esperienza del viaggio. L’assenza del colore però concede una possibilità. L’illusione si attenua e all’osservatore è data l’opportunità di completare l’immagine attraverso il processo mentale di comprensione. Solo in questo modo la visione torna ad essere esperienza individuale irripetibile.

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