Nata a Milano nel 1949, dal 1981 vive e lavora a Fabriano. Dopo diverse esperienze come grafica pubblicitaria ed assistente al montaggio tra Milano, Roma, Como e Pescara, partecipa a importanti esposizioni. Con sguardo visionario e irriverenza l’artista mescola linguaggi provenienti dagli ambiti più disparati.

Le opere presentate in questa occasione da Rita Vitali Rosati corrispondono alla continuazione dei precedenti lavori Metastasi e Passionflower, risultato di una riflessione personale dell’artista sulla routine delle immagini legate alla sofferenza e al distacco. Dai fiori, resi fatalmente putrescenti dall’incedere del tempo, alla contaminazione; dalla dolorosa necessità della vita, all’accumulo di elementi vegetali e altri simboli. Vitali Rosati sembra rapire con lo sguardo brevi minuti di speranza che, come per incanto, guardando i fiori in still life, lasciano intravedere al tempo stesso leggerezza e profondità. Il titolo di questa nuova serie è lungo e articolato, Varney il vampiro è un romanzo horror apparentemente d’appendice: è declinata ogni comune idea di malattia.Il riferimento va allo scritto di James Malcolm Rymer uscito per la prima volta in forma di opuscolo nel 1845 e pubblicato in un volume di 868 pagine nel 1847. Varney ha il merito di aver cristallizzato alcuni dei capisaldi dell’immaginario vampiresco, destinato ad approdare quasi intatto fino ai nostri giorni: uomo magro, alto, pallido con i denti appuntiti. I vampiri dello schermo hanno quasi sempre offerto un’immagine analoga. Quelli di Vitali Rosati sono invece differenti, non mostrano il volto, ma esibiscono un fiore senza vita, prosciugato dalla linfa che normalmente lo nutre. Qualcosa fa presagire una malattia, ma non una comune. Le immagini che compongono la serie, private del nero colore in seguito a manipolazioni digitali, mostrano cinque giovani chiusi in un contaminato pallore che rimangono in vita come fiori consunti e decadenti, ma belli. L’usura dei corpi e l’alterazione cromatica rende le immagini evanescenti, ma al tempo stesso concrete nel loro riflettere sulla serialità delle emozioni, del dolore, del sacrificio, dell’infinita umana tristezza. L’artista ha voluto accentuare il senso di bellezza legato alla natura del genere umano, diviso fra tragedia e felicità.

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